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​IL CAMPO DEL DESIDERIO
di Daniela Fileccia


L'incontro con il lavoro del giovane Camillo De Gregorio è felice, le sue tele, abbracciano l'occhio in modo diretto, la sua pittura è immediata affidandosi ad un canto dai toni squillanti, apparentemente infantile e tuttavia carico della malinconia del desiderio.
Il linguaggio di segno espressionista, rinvia sicuri echi del realismo guttusiano come dell'espressionismo storico, ma sitratta appunto di echi, in realtà la pittura di Camillo è qualcosa di diverso è una pittura tutta mediterranea che si lascia dietro la drammatizzazione violenta, le durezze senza speranza e le morbosità metalliche delle avanguardie.
La sua linea marcata borda le campiture in modo avvolgente, morbido, i colori sono caldi e il contrappunto cromatico non urla ma accompagna la sua utopia.
Queste tele sono trappole in cui viene catturato il mondo felice in cui natura e cultura ritornano sorelle. La concezione spaziale è arcaica, l'orror vacui è il mezzo con il quale Camillo prende possesso del suo sogno. Le figure siano esse melanzane e peperoni o campi fioriti occupano la tela secondo i valori di superficie. L'assenza di profondità e della scatola spaziale annulla il realismo lasaciando il posto al fluire ininterrotto dello spazio desiderante, in cui gli oggetti sono mutati in raggi solari che illuminano e riscaldano ciò che rimane della natura umana.
I lavori di Camillo mi sembrano frammenti virtuali per una nuova fondazione, la sua, se il termine non fosse già contaminato da troppe ambiguità, potrebbe definirsi una pittura ecologica che sfortunatamente è troppo lontana da una realtà come quella contemporanea.
Camillo ne è consapevole, ed è per questo forse che rifiuta lo sperimentalismo preferendo affondare, al di là della letteratura e della narrativa, nel francescano mondo degli umili figli della terra.

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